Scheda
• 1956. L’Elefantentreffen ha inizio negli anni 50 e ha preso questo
curioso nome dal soprannome della famosa moto Zundapp-KS-601-Gespanne (utilizzata
dalla Whermacht nell’ultima guerra). Tutto ha origine quando alcuni amici
organizzarono un motoraduno di side-car Zundapp al quale nel corso degli anni
si sono aggiunti altri motociclisti.
• 1961 Istituzione della B.V.D.M. (BundesVerband Der Motorradfahrer e.V.)
che accoglieva i propri partecipanti nel circuito tedesco Nurburgring.
• 1988 Freddo, folla, fiumi di birra hanno spesso creato cocktail piuttosto
esplosivi che hanno costretto a trasferire il raduno dai raffinati dintorni di
Salisburgo (e dall'indimenticabile sfilata notturna sul circuito del Salzburgring
sotto la neve!) a luoghi più selvaggi: il motoraduno viene quindi spostato
in una valle sperduta vicino a Passau in località Thurmansbang-Solla.
• Evento: ogni anno nei cosiddetti “giorni della merla” al week-end
a cavallo tra fine gennaio e inizio febbraio
Report
L’Elefantentreffen è una di quelle cose che è difficile
spiegare. Quando ci penso, mi viene in mente quella patch che talvolta si vede
sui giubbotti dei motociclisti più fanatici: “If I have to explain,
you’d never understand”. Ecco perché un raduno come questo
può capirlo solo chi ama veramente la moto e anche un po’ le sfide
con se stesso. Le origini dell’Elefantentreffen risalgono al dopoguerra,
quando pochi appassionati con sidecar Zundapp e BMW residuati bellici raggiungevano
il Salzburgring, per due giorni di follia collettiva. Nel corso degli anni la
manifestazione si è spostata a Solla, nella foresta della Baviera, a
poca distanza dal confine con la Repubblica Ceca e lì vi si svolge ancora,
ogni anno, a fine gennaio.
Parto da Milano venerdì mattina e alle sette la tangenziale è
avvolta da una nebbia fittissima e la temperatura già sottozero: quando
mi fermo al primo distributore sulla Milano-Venezia, devo raschiare via uno
strato di ghiaccio dagli occhiali e dal parabrezza: iniziamo bene. Ci troviamo
in tre: del Milano Chapter ci siamo io e Paolo Cattaneo, più un coraggioso
guzzista che purtroppo dovremo abbandonare a Rovereto a causa di un problema
al cardano. Ci aspettano 800 km che non saranno una passeggiata. Il viaggio
inizia tra temperature polari e sporadici sprazzi di sole. Paolo con la sua
inconfondibile Electra nera tiene una media che sfiora i 140 mentre la mia Road
King 1340 fa un po’ fatica a stargli dietro. Al distributore di Affi,
sull’autostrada del Brennero, seconda sosta. Qui si incontrano i primi
motociclisti che come noi, si dirigono verso la Germania: le moto sono le più
disparate ma con una netta prevalenza di BMW e moto da enduro, molte delle quali
con ingombranti bagagli per tenda e camping e ingegnosi dispositivi fatti in
casa per riparare mani e gambe dal vento gelido. Non si vedono Harley anche
perché l’Elefantentreffen ha la fama di raduno “spacca moto”,
un po’ per via del sale che viene cosparso abbondantemente sulle strade
ghiacciate, molto aggressivo per le cromature, e un po’ per la facilità
con cui si fanno dei capitomboli.
Ometto la terza ragione, ingiusta, che dice
che l’harlista non ci va, perché è un fighetto... Il programma
prevede la prossima sosta al Brennero e questo tratto per me è sempre
il più duro: non sei neanche a metà, non hai ancora mangiato e
inizia veramente a fare freddo. La temperatura rotola subito sotto i meno sei:
i miei paramani col pelo montati sul manubrio fanno il loro mestiere ma devo
ugualmente cambiare i guanti, infilandomi delle muffole da snowboard che provvidenzialmente
ho portato con me. Paolo invece, più tecnico, viaggia con guanti termici
collegati con la batteria. Per la strada incontriamo un vecchio shovel-head
fermo con l’impianto elettrico fuori uso, proprio a causa dei guanti termici
che hanno sovraccaricato l’impianto. Finalmente valichiamo il Brennero.
Siamo a quattrocento km da Milano, circa a metà strada, la neve è
ormai ovunque e la gelata invade anche le corsie meno battute dell’autostrada,
pericolosamente bianche.
Il tratto da Innsbruck a Monaco è terribile:
veniamo colti da una tempesta di neve, i fiocchi cadono larghi e fitti, il mio
parabrezza diventa un muro bianco e viaggio con la testa di lato per poter distinguere
la strada. La media si abbassa attorno agli ottanta e ad un certo punto perdo
il riferimento della luce di posizione di Paolo. Procedo sentendo il retrotreno
della moto che scarta ad ogni minimo cambiamento di assetto e di direzione,
il casco jet aperto gronda neve fusa sulle guance. Gli occhi sono al sicuro
grazie ad un miracoloso paio di occhiali regalo di un Ran de Milan passato,
credo fosse il terzo. Ad un certo punto mi sembra di sognare, ma poi è
vero: mi affianca una BMW con a bordo due enormi figuri di cui intuisco solo
il sorriso irresistibile: non posso crederci, sono Beppe di Modena e Andrea
Gottardi; quest’ultimo ha dovuto abbandonare la sua moto fermatasi a Vipiteno
ed è salito con lui.
Sono felice di questo incontro così inaspettato:
con Beppe ho fatto l’Elefante dell’anno scorso ed è stato
indimenticabile. Così come sono comparsi, i due centauri scompaiono,
inghiottiti dai turbini di neve; li ritroveremo in albergo alla sera. Finalmente
smette di nevicare e affianco Paolo: non serve neanche una parola e dopo tre
minuti siamo davanti ad un gulasch fumante e una birra ristoratrice. Il tratto
tra Monaco a Thurmansbang-Solla (dove si svolge il raduno) bisogna farlo in
un colpo solo. Non è corto (oltre 160 km), ma la voglia di arrivare ti
tiene su e poi non hai scelta: farsi beccare dal buio ancora per strada può
essere molto pericoloso per le ghiacciate e il repentino abbassamento di temperatura.
Dopo alcune decine di km perdo di nuovo Paolo: la mia media è più
bassa della sua e mi assesto sui 120, di più non ce la faccio. Quando
si va in moto a meno sette la resistenza fisica è limitata: dopo un’ora
e mezza il male alle dita diventa irresistibile, non senti più i piedi
e le ginocchia. Percorro le lande della campagna tedesca come in un sogno, svegliato
solo dagli schizzi di neve dei camion: non so se è il freddo o la stanchezza
ma a poco a poco vedo il cielo diventare rosa e turchino e all’improvviso
calano le tenebre.
Sono le cinque ed è buio, Paolo mi aspetta all’uscita
dell’autostrada e insieme affrontiamo gli ultimi trenta km, fino all’albergo.
Le stradine sono piccole e ripide, non sono pulite e il pericolo di cadute è
altissimo. Procediamo molto lentamente e superiamo un gruppo di scooter che
avanzano in fila indiana con i piedi giù, praticamente spingendo. La
temperatura si è abbassata ulteriormente ed è sui meno otto. Come
se non bastasse entro in riserva e i troppi romanzi di Jack London mi richiamano
alla mente un branco di lupi che tiene d’occhio dietro la collina.
Ma
come per incanto, siamo arrivati all’albergo. E’ una festa: la hall
è piena di motociclisti e ci si conosce tutti. Incontriamo vecchi amici
e ci raccontiamo le nostre vicissitudini. Sentiamo che ci sono interi gruppi
ancora dispersi e molti si sono arresi e sono tornati indietro.
Questo racconto termina con il raduno vero e proprio, nel cosiddetto “catino”
di Solla, a pochi km dall’albergo. Ci andremo la sera stessa, stanchi
ma rifocillati da una buona cena e dal piacere di rivedere vecchi amici, e ci
ritorneremo anche la mattina dopo. Le sensazioni che si provano sono uniche
forse perché chi ci arriva se l’è guadagnato con 800 km
di fatica e di freddo e gli sembra davvero di far parte di tutto ciò
che vede attorno a sé.
Quando sei lì non sei un turista, sei uno
di loro. E la famiglia dei motociclisti dell’Elefantentreffen è
davvero incredibile: tedeschi ubriachi, polacchi che cucinano e italiani che
fanno foto, nessun telefonino, fiumi di birra e vin brulè. I sidecar
(gli originali “elefanti” appunto) la fanno da padrone, anche perché
sono gli unici che riescono a muoversi nella pasticcio di neve e fango del catino
grazie alla doppia trazione. Innumerevoli moto da cross, tante vecchie moto
inglesi da strada (ritroveremo due Norton che superammo mentre arrancavano dopo
Monaco), improbabili Ural con le catene che trainano slitte cariche di legna.
Tutto è pervaso da un forte odore di falò ed ammantato dalle fioche
luci dei bivacchi.
L’atmosfera vagamente post-atomica si stempera attorno
ai fuochi, dove cuoce un maialino e dove a nessuno viene rifiutata una birra
o un tazzone di caffè. Piccole tende canadesi con moto buttate davanti
come cani da guardia. Moto che arrancano nel ghiaccio, cadono e subito dieci
mani che le tirano su: capiterà anche a me, quando tenterò di
tirar su dal catino la mia Road King e tante mani aiuteranno subito Paolo, Beppe
e Andrea a sostenerla.
Avrei ancora tante cose da raccontarvi, come quando facemmo partire la BMW di
Beppe con la batteria a terra rimorchiandola con una fune attaccata alla mia
moto, o i daini che ci guardavano passare nelle collinette di Deggendorf, o
il bellissimo viaggio di ritorno via Svizzera, St Moritz e passo del Maloja
ma credo che basti così: cosa si può aggiungere a proposito di
un raduno dove nessuno ti guarda i colori, nessuno osserva critico il tuo ferro,
nessuno fa differenza tra le giapponesi e le americane. Ma dove ti viene invece
offerto un sorso di caffè caldo ed è facile parlare con persone
mai viste prima e raccontare di come ce l’hai fatta, di come ci sei riuscito
e di che fine avrà fatto quello che invece è ritornato indietro,
si ritrovano vecchie conoscenze e si stringono amicizie inossidabili, si parla
di donne, di imprese vere oppure un po’ inventate.
E per una sera tutto il mondo è lì. Con te e con la tua moto.
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