Agosto 1924, stazione ferroviaria di Istanbul, Turchia, ore 21:30.
Signore in eleganti abiti da viaggio sventolano fazzoletti dai finestrini e salutano
i parenti sotto le pensiline in ferro battuto. Tra fischi e sbuffi di vapore i
facchini si affrettano attorno agli ultimi bagagli da sistemare sulla carrozza
passeggeri mentre i cuochi della Compagnia Wagon Lits, completano la preparazione
della cena, da servire già in viaggio verso Parigi.
L’atmosfera è questa, pervasa di aspettative e immersa in un tramonto
rosa che solo l’Asia sa regalare. I motori, quelli no: non le caldaie a
vapore dell’Orient Express ma bicilindrici a ciclo otto con coppia da rimorchiatore
a basso numero di giri. I conduttori siamo noi: Roberto, Mario, io e per l’occasione
anche Mitch con la sua Electra nera. Con il motore acceso e i pochi bagagli legati
sul manubrio, ci scambiamo il solito cenno d’intesa e ingraniamo la prima.
Ci aspetta una lunghissima galoppata verso casa, attraverso Turchia, Bulgaria,
Romania, Serbia, Croazia, Slovenia e finalmente l’Italia. Alle nostre spalle
ci lasciamo la prima metà del viaggio, iniziato verso sud lungo l’Italia
e poi attraverso la parte più selvaggia e impervia della Grecia e la Turchia
dove tante emozioni hanno già arricchito i ricordi di questa piccola impresa.
Viaggiare in moto consente di immergersi totalmente dentro l’anima dei paesi
che si attraversano. Ma bisogna lasciarsi andare. Del tutto, senza timore, senza
preconcetti e con un po’ di fiducia: mi arricchiscono molto di più
cinque minuti di chiacchiere con un benzinaio mentre il metallo dilatato della
mia moto ticchetta sotto il sole che scattare venti foto a un monumento raggiunto
con un taxi. Ecco perché seguo l’improvvisazione, l’istinto,
l’inspiegabile impulso che ti porta a cambiare strada all’improvviso
e a cercare alloggio in piccolo paese che ti ha stregato e della cui esistenza
nessuna guida aveva fatto menzione.
Nei nostri viaggi cerchiamo di seguire questa filosofia che, per esperienza, abbiamo
capito essere quella che paga sempre di più. E anche questa volta si inizia
così, con l’incontro tanto stupefacente quanto casuale con il tedoforo
che porta la fiamma olimpica verso Atene per aprire le Olimpiadi, seguìto
da un lunghissimo corteo con telecamere e autorità, alle quali ci siamo
uniti con le nostre Harley come rappresentanza “italo-americana”.
Dopo un paio d’ore però, ci siamo resi conto che la nostra strada
verso Larissa (l’unica…) era irrimediabilmente bloccata dal corteo
stesso e allora guidati da una jeep pilotata da un greco in stile Camel Trophy,
attraversando sterrati e dislivelli da enduro siamo riusciti a bypassare la manifestazione
e ad iniziare una trionfante discesa verso le Meteore ed il mare Egeo, lungo una
delle strade più panoramiche del sud dell’Europa, completamente deserta
e libera per noi, attraversando paesi imbandierati che ci salutavano credendoci
l’apertura del corteo Olimpico. Una sensazione indimenticabile.
Ma anche Istanbul ci ha affascinato, con i suoi profumi e le sue atmosfere esotiche
dalle quali ci siamo lasciati incantare subito. La moschea Blu, il Topkapi, il
pesce fresco negli affollati ristorantini sul Bosforo ma non bastava, volevamo
di più e allora eccoci tra i vapori dell’Hammam più antico
della città, sotto le cui volte, dal 1520, i turchi si rilassano godendosi
un rito antico e salubre fatto di docce, marmi caldi e … benefiche contorsioni.
Qui, i massaggiatori turchi si sono presi cura di noi, con particolare dedizione
alla schiena del Surace. 
Già dai primi giorni si capisce che questo viaggio non è una passeggiata
bensì, una tipica performance da ThreePercenters, che richiede un buona
dose di schiena e di spirito di adattamento che non sempre si scopre di avere.
Quando racconto che la tappa media era di circa 500 km per otto, dieci ore di moto, alcuni replicano che così non si vede niente. Ma non è vero:
mi sento di aver respirato più sensazioni e aver compreso più profondamente
una nazione a cavallo della mia moto e conoscendo per la strada gente di ogni
ceto, che visitandone il museo principale o cenando nel miglior ristorante del
centro storico.  Logica da ThreePercenters? Può darsi, ma questo è lo
stile, anche quando si arriva in una remota località dei Carpazi e l’unico
alloggio disponibile è una piccola casa privata, riscaldata solo dal sorriso
della giovane rumena che ce la offre. Certo non sempre tutto va liscio e lo scazzo
è all’ordine del giorno, ma va bene così, e dopo risse e discussioni,
siamo ancora insieme sulla strada, attaccati ai nostri manubri e con la faccia
piena di moscerini a fare il pelo a camion che ricordano quello di Duel di Steven
Spielberg
Lasciamo la Turchia e dopo interminabili pianure, ci dirigiamo verso la Bulgaria,
che ci accoglie con fittissimi boschi di larici che pullulano di soldati. La prima
sensazione è quella di essere nelle mani di biechi doganieri che non aspettano
altro che derubarci con assurde richieste burocratiche. Ma non sarà
mai così, e sorrido pensando a quante preoccupazioni inutili si hanno prima
di un viaggio come questo. Addirittura qualche bene informato diceva che bisogna
essere pazzi ad andare con quattro Harley nei paesi islamici. Che fesserie: ricordo
gli sguardi severi delle guardie, subito stemperati da un sorriso e da qualche
ingenua domanda sulle nostre moto - Quanto fa?, quanto costa? -. Sguardi ammirati
di ragazzi-soldati che avranno vent’anni. E ho vergogna a dirglielo, quanto
costa, a questa gente che in un anno porta a casa l’equivalente di tre tagliandi
(da un concessionario ufficiale Harley). E così farfuglio qualcosa e sorrido
anch’io, vergognandomi delle paure, dei timori infondati e dei luoghi comuni,
della diffidenza che in fondo non si riesce mai a scacciare del tutto. E ci salutiamo,
loro lì con i loro cappottoni, e io a cavallo di un pezzo di ferro che
per loro varrebbe la svolta di una vita, (ma che, non dimentichiamolo, ha fatto
svoltare anche la mia!!)
Ma le nuvole passano subito mentre la mia vecchia Road King del 98 corre in un
mare di girasoli in mezzo alla Bulgaria. Siamo stati fortunati? Quattro uomini
nessuno li disturba? Non lo potrò mai sapere: so solo che durante le visite
di solito non slegavamo neppure la tenda e spesso neppure il casco: al ritorno
il massimo che poteva capitare era trovare qualche bambino seduto sulla sella,
con gli occhi pieni di gioia.
Sulla strada più sconnessa che abbia mai percorso scendiamo verso il Mar
Nero. O almeno speriamo, visto che in Bulgaria i pochi cartelli sono scritti con
caratteri in cirillico e per orientarci usiamo la mia bussola. Come un miraggio,
finalmente ci appare il Mar Nero: arriviamo a Nessebar, un incantevole paesino
medievale su un isolotto collegato alla terraferma mediante un ponte. Restiamo
colpitissimi dalla bellezza delle ragazze e dai prezzi, la metà dell’Italia
(e non mi sto riferendo a loro…).
E poi via verso la Romania.

Raggiungiamo Bucarest dove i contrasti sono evidenti: dall'Intercontinental (verso le cui quattro stelle il nostro “Melchiorre”
Surace era attratto come un Re Magio) alle fogne a cielo aperto dove i bambini
abbandonati vivono di espedienti. Dai palazzi ministeriali in stile vetero-comunista
pre-Ciausescu, ai bellissimi ristoranti dove si mangia una eccellente T-bone steak
per due euro. I rumeni amano tutto ciò che è latino ed europeo e
sono gente amichevole e ospitale. Dopo poco realizziamo che esiste un secondo
popolo, i Rom, che noi definiremmo zingari ma che qui hanno le loro origini e
sono stanziali nei loro villaggi molto diversi dai nuclei urbani dei rumeni. Capiamo
che i rumeni “Doc” non li amano perché anche qui i Rom non
spiccano per industriosità e rifiutano di allinearsi con la vita moderna.
Superando carretti tirati da cavalli (il mezzo di trasporto più comune
in Romania) giungiamo in Trasilvania, patria del Conte Vlad Dracul, su cui qui
si specula molto e che finisce per deluderci un po’ (il suo presunto castello,
a Bran, è privo di interesse e non merita la deviazione per raggiungerlo).
Stupenda invece è Sighisoara, la sua città natale, che sorge al
centro dei Carpazi. Il fragoroso ingresso delle nostre moto sulle antiche strade
lastricate della cittadina non sarà dimenticato per molto tempo, ma avere
un’Harley è anche questo, no?
Qui il nostro ThreePercenter “aggiunto” ha un momento di sconforto
e, testa tra le mani dichiara: - Passo le giornate seduto sulla moto e le notti
seduto sul cesso. Vi prego, lasciatemi qui -. Ma è solo un attimo e il
giorno dopo è lui che ci guida tra i declivi che si portano verso la parte
occidentale dello stato. Le campagne ricordano il Chianti e le nostre moto fanno
a gara con grosse nuvole gravide di pioggia, su cui avremo la meglio per un soffio.
Mentre lasciamo dietro di noi i fulmini della Transilvania raggiungiamo Timisoara,
una ridente cittadina nel cui centro siamo instancabilmente abbordati da vistose
ragazze con gambe lunghe e capelli nerissimi, che ci ricordano la vicinanza dell’Europa
più ricca. Il viaggio volge al termine e come al solito le tappe si allungano. Riattraversiamo per la seconda volta il Danubio in Serbia, a Belgrado, e l’ultima
sera la passiamo a Zagabria, nel locale del grande “Zorro” Boban.

Davanti all’ultima birra, chi decide di far visita ai propri genitori, chi
non vede l’ora di riabbracciare la fidanzata.
Per un minuto lascio gli amici ed esco all’aria fresca della sera con la
mia birra. Osservo la mia moto: è ricoperta della polvere di mezza Europa
e uno straccio di bandiera turca è legata sul portapacchi. Lungo questi
interminabili 4600 km, una buca le ha ammaccato il parafango anteriore, e non
ricordo neppure più dove.

Avverto una sensazione strana dentro di me e sulle prime credo sia la stanchezza
ma poi capisco che non sta nelle braccia o nella schiena, ma è nel cervello.
E in un istante mi ritrovo a pensare al prossimo viaggio: Capo Nord, la Libia,
l’Iran, San Pietroburgo. Chi lo sa?
La sensazione si fa più forte e il cuore aumenta impercettibilmente il
battito.
Sempre più lontano, sempre più difficile, ragazzi.



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